FERRAGOSTO, IL MIO CAPODANNO
Per me il 15 agosto è una specie di Capodanno. Vi spiego perché
Non perché inizi qualcosa, ma perché, arrivati a questo punto dell’estate, inevitabilmente mi fermo a guardare indietro. È come se l’anno, almeno quello del mio lavoro, si concedesse una pausa. Un momento di sospensione in cui fare il punto, tirare le somme, mettere in ordine pensieri che durante i mesi più intensi rimangono inevitabilmente in fondo alla lista delle cose da fare.

In campo, in questi giorni, i fiori soffrono il caldo. Le fioriture rallentano, le raccolte diminuiscono, la terra sembra chiedere di essere lasciata in pace. Gli eventi si interrompono per qualche settimana, in negozio l’affluenza cala e tutto assume un ritmo diverso.
È una stasi che non riguarda soltanto il lavoro.
C’è qualcosa nell’aria calda di agosto che sembra rallentare ogni cosa: il corpo fa più fatica a muoversi, il respiro si fa più lento, anche i pensieri sembrano procedere con maggiore difficoltà. E proprio allora, quando tutto intorno sembra assopito, la mente comincia a vagare.
E a volte non è piacevole quello che trova.
Riemergono gli errori, le cose che avremmo potuto fare diversamente, le occasioni che forse non abbiamo saputo cogliere. Si guarda a ciò che è stato fatto e, con la distanza che soltanto una pausa riesce a creare, ci si chiede se avremmo potuto fare meglio.
Anche l’entusiasmo, inevitabilmente, conosce momenti di stanchezza.
E allora arriva quella domanda che, almeno qualche volta, credo ci siamo posti tutti: ma ho scelto la strada giusta? Ho scelto il lavoro giusto?
Forse, però, è una domanda sbagliata.
Non perché non sia lecito interrogarsi, ma perché la vita non è fatta soltanto di scelte giuste o sbagliate. È fatta di strade che si aprono, di coincidenze, di occasioni, di decisioni prese in un determinato momento della nostra vita. E quelle strade, passo dopo passo, ci portano esattamente dove siamo.
Io oggi sono qui.
E forse, arrivato a questo punto, più che chiedermi se avrei dovuto scegliere diversamente, dovrei ricordarmi che ho una responsabilità: custodire ciò che ho costruito.
Custodirlo non significa non metterlo mai in discussione. Significa riconoscerne il valore anche nei momenti in cui facciamo più fatica a vederlo.

Perché questo lavoro l’ho costruito anche per me. E proprio per questo, in qualche modo, me lo devo.
Ferragosto, però, non è soltanto tempo di bilanci. È anche il momento in cui comincia a intravedersi ciò che viene dopo.
Mentre la stagione sembra ferma, io sto già pensando alla nuova stagione. Ci sono gli eventi da preparare, nuove idee da studiare, progetti da immaginare, un autunno che so già essere molto più frenetico. Il riposo, in fondo, contiene già il movimento che verrà.
E forse è proprio questo che mi insegnano i fiori in questi giorni.
A guardare un cosmos o un girasole sotto il sole di agosto viene da chiedersi come possano continuare a stare lì, apparentemente così fragili eppure così ostinati. Non combattono il caldo. Non lo negano. Lo attraversano.
Resistono.
E allora forse, in questi giorni di apparente immobilità, devo fare anch’io questo: fare spazio. Scavare un po’ dentro di me, andare oltre la stanchezza, oltre i dubbi, oltre quella voce che ogni tanto mi chiede se ne valga ancora la pena.
E cercare lì dentro la forza.
Quella forza semplice e silenziosa che vedo ogni giorno nei fiori.
La forza dei cosmos, che continuano a fiorire nonostante tutto.
La forza dei girasoli, che attraversano il caldo e continuano a cercare la luce.

Forse Ferragosto è proprio questo: non un punto di arrivo, ma una pausa nel mezzo del cammino. Il momento in cui ci si concede di essere stanchi, di riconoscere gli errori, di fare bilanci e persino di avere qualche dubbio.
Ma anche il momento in cui si sceglie di ripartire.
Perché tra poco l’aria cambierà, i campi torneranno a muoversi, le raccolte aumenteranno, le porte del negozio si riempiranno di nuovo di voci e di persone, e davanti a noi ci sarà un’altra stagione tutta da vivere.
E io voglio arrivarci così: con qualche certezza in meno, forse, ma con una consapevolezza in più.
Quella di dover continuare a custodire ciò che ho creato.
E di avere ancora, dentro, abbastanza forza per farlo.



